Settantasette anni dopo l’attacco alla caserma, le pagine scritte da Domenico Blaconà restituiscono il dramma della morte di Giovanni Calabrese e Giuseppe Fiorenza
Ci sono ricordi che attraversano le generazioni e che, anche dopo decenni, riescono a restituire tutta la forza di un momento della storia.
È il caso delle pagine scritte da Domenico Blaconà, carabiniere nato a Caccuri il 4 novembre 1928 e morto a Ciampino il 3 agosto 2020, che nel 1955 affidò al proprio diario il racconto di una delle notti più drammatiche vissute durante il servizio nell’Arma.
A riportare oggi quella testimonianza all’attenzione del pubblico è Antonio Blaconà, figlio di Domenico, che ha deciso di condividere le pagine conservate dalla famiglia dopo aver letto un articolo dedicato alla commemorazione dei due carabinieri uccisi nell’agguato di San Cipirello.
Il racconto porta la firma di un uomo che quella notte c’era. Domenico Blaconà era infatti in servizio e si trovava all’interno della caserma quando, la sera del 25 agosto 1949, gli uomini della banda di Salvatore Giuliano aprirono il fuoco contro i militari.
Quella sera morirono Giovanni Calabrese e Giuseppe Fiorenza, due carabinieri che Blaconà conosceva bene e ai quali era legato da un rapporto di amicizia.
Una serata come tante, prima dell’attacco
Nel diario, Domenico Blaconà torna con la memoria a quei momenti partendo da una scena quotidiana: la cena appena terminata e i militari che si preparavano ad affrontare il turno notturno.
Nulla lasciava immaginare ciò che sarebbe accaduto di lì a pochi minuti.
I carabinieri dovevano uscire dalla caserma uno alla volta. Giovanni Calabrese fu il primo a varcare la porta. Giuseppe Fiorenza lo seguì poco dopo.
Quando i due si trovavano già sulla strada, improvvisamente iniziò una violenta sparatoria.
Dalle tenebre arrivarono raffiche di mitra e di fucili mitragliatori. Il fuoco venne indirizzato contro i due militari e contro la stessa caserma, dove erano rimasti altri otto carabinieri.
La situazione diventò immediatamente drammatica.
Gli uomini all’interno ricevettero l’ordine di non uscire e di portarsi verso le finestre. Ma anche da lì era difficile intervenire: le raffiche colpirono le imposte della caserma, impedendo ai militari di esporsi e reagire.
Venti minuti sotto il fuoco
Per circa venti minuti la caserma rimase immersa nel rumore degli spari.
Dall’interno, i carabinieri potevano soltanto aspettare.
Fuori, intanto, i loro due compagni erano rimasti esposti al fuoco degli aggressori.
Quando finalmente la sparatoria terminò, i militari poterono uscire.
Blaconà descrive nelle sue pagine una scena che sarebbe rimasta impressa nella sua memoria per tutta la vita: le strade buie, i rumori dei passi, le persone che osservavano dalle abitazioni e, a terra, i due giovani carabinieri colpiti durante l’agguato.
È proprio in quel momento che il racconto assume un tono ancora più personale.
Giovanni era ancora vivo
Domenico Blaconà racconta di essersi diretto verso Giovanni Calabrese utilizzando una lampadina.
Lo trovò a pochi metri dalla porta della caserma, riverso a terra e gravemente ferito. Nonostante le condizioni disperate, Giovanni era ancora vivo.
Blaconà si avvicinò e cercò di prestargli aiuto.
Le ultime parole del collega furono rivolte alla madre.
«Mamma, mamma. Aiutatemi!»
Una frase breve, rimasta impressa nella memoria di Blaconà più di qualsiasi altro particolare di quella notte.
Il carabiniere avrebbe voluto restare accanto all’amico, ma arrivò l’ordine di proseguire l’inseguimento degli aggressori che stavano cercando di allontanarsi.
Prima di andare via, Blaconà strinse Giovanni tra le braccia e lo baciò.
Un ultimo saluto, senza sapere che sarebbe stato l’ultimo.
L’incontro con Giuseppe
Poco dopo, la tragedia si ripeté.
Mentre si allontanava, Blaconà inciampò. Solo in quel momento si rese conto di essere caduto sul corpo dell’altro collega, Giuseppe Fiorenza.
Anche lui era stato raggiunto dalle raffiche.
Blaconà gli diede un ultimo bacio e proseguì, profondamente sconvolto.
Al suo ritorno in caserma, però, dei due militari non c’era più traccia.
Le loro salme erano già state trasportate a Palermo.
Per Domenico Blaconà quella sarebbe rimasta una ferita indelebile.
Il ricordo affidato alle pagine del diario
Sei anni dopo l’agguato, nel 1955, Blaconà decise di mettere per iscritto ciò che aveva visto.
Non un rapporto di servizio, ma il ricordo personale di quella notte e dei due uomini che aveva visto morire.
Nelle pagine del diario emerge anche il contesto di quegli anni: una parte della Sicilia occidentale segnata dalla violenza del banditismo e dagli scontri tra le forze dell’ordine e le bande armate.
Blaconà cita diversi territori coinvolti da quella stagione di sangue, tra cui San Cipirello, San Giuseppe Jato, Partinico, Montelepre, Bellolampo, Portella della Ginestra, Portella della Paglia, Camporeale e Alcamo.
Durante la sua carriera nell’Arma, Domenico Blaconà continuò a operare in un periodo particolarmente difficile. Fece parte anche della formazione impegnata nella ricerca di Luciano Liggio, dopo l’uccisione di Placido Rizzotto.
Ma il ricordo di Calabrese e Fiorenza rimase sempre qualcosa di profondamente personale.
La memoria passa da padre a figlio
Oggi quelle pagine tornano alla luce grazie ad Antonio Blaconà.
È lui ad aver conservato la memoria del padre e ad aver deciso di condividere con la redazione questo documento, permettendo così che una testimonianza rimasta per decenni tra le carte di famiglia potesse tornare a parlare.
Antonio non racconta una vicenda vissuta personalmente: racconta quella del padre, attraverso le parole che Domenico scrisse nel 1955.
Ed è proprio questo passaggio tra generazioni a rendere ancora più significativa la testimonianza.
Giovanni Calabrese e Giuseppe Fiorenza, 77 anni dopo
Sono trascorsi 77 anni da quella notte.
Giovanni Calabrese e Giuseppe Fiorenza sono oggi ricordati anche attraverso il riconoscimento della Medaglia d’Oro al Valore dell’Arma dei Carabinieri alla memoria.
Ma il diario di Domenico Blaconà permette di andare oltre la semplice commemorazione.
Restituisce alla storia due volti, due uomini e soprattutto il legame che li univa a chi quella sera era con loro.
Domenico Blaconà li vide uscire dalla caserma.
Vide l’attacco.
Vide Giovanni ancora vivo e ascoltò le sue ultime parole.
Trovò poi Giuseppe a terra.
E per tutta la vita portò con sé il ricordo di quella notte.
Oggi, attraverso il figlio Antonio, quelle parole possono essere nuovamente lette.
Perché la memoria non vive soltanto nelle date e nei monumenti. A volte sopravvive in poche pagine scritte a mano, custodite per una vita intera da una famiglia



