MANUELE CARMELO: «SIATE PADRONI DEL VOSTRO CAOS, NON SCHIAVI DELLA PERFEZIONE»
1. Essere Spartan Ambassador non significa soltanto gareggiare: cosa rappresenta per te far parte di questa community e quali valori cerchi di trasmettere?
Per me essere un Ambassador significa prima di tutto mettersi al servizio degli altri. Far parte di questa community vuol dire condivisione: è quell’energia che si crea quando ci si aiuta a vicenda a superare un ostacolo o quando ci si ritrova al traguardo a bere una birra e a raccontarsi le proprie battaglie.
I valori che cerco di trasmettere sono l’umiltà, la resilienza, l’inclusività e soprattutto essere VERI. Voglio dimostrare, soprattutto a chi approccia questo sport per la prima volta nella categoria Open, che non serve essere dei supereroi per finire una gara, ma basta avere il coraggio di mettersi in gioco.
Essere Ambassador per me è essere quel punto di riferimento che ti dice: “Se ce l’ho fatta io, puoi farcela anche tu”. Anche perché il rischio che si corre è quello di vedere il tempo scorrere senza aver avuto il coraggio di spingersi quel tanto oltre quanto basta per avere un’esperienza in più.
2. Dietro ogni gara ci sono allenamenti, sacrifici, trasferte e vita quotidiana da conciliare: come riesci a trovare il tuo equilibrio e cosa ti spinge ogni volta a ripartire?
Oggi il tempo è il peggior nemico di tutti. Riuscire a incastrare tutto tra famiglia, lavoro, studio e allenamenti è quasi un’impresa, e ogni atleta che trova il tempo per preparare una gara meriterebbe già una medaglia solo per questo.
Oltretutto i social non aiutano, perché continuano a ripetere il mantra “abbiamo tutti 24 ore”… d’accordo, ma non abbiamo tutti la stessa vita!
A questo proposito, l’unica cosa che mi viene da dire è: “Sii padrone del tuo caos, ma non schiavo della tua perfezione”. Inizia con ciò che hai e non aspettare ciò che vorresti.
Nelle mie giornate non sempre mi sento ispirato, anzi. Abito con mia moglie e mia figlia a 1.800 km dai nostri parenti, quindi non possiamo contare su aiuti esterni, e non frequento palestre o campi dedicati.
Sfruttando la mia laurea in Scienze Motorie, mi preparo le schede da solo e uso ciò che la natura mi offre: abito vicino a immensi boschi dove non mancano corsa e dislivello. I miei attrezzi sono pietre di fiume e tronchi per i trasporti, sbarre delle altalene e tubi per allenare il grip.
Per la forza ho allestito una piccola palestra in garage che ho chiamato “The Pit” (La Fossa). Unico inconveniente: il freddo, che in inverno arriva anche a -10°!
La forza trainante che mi spinge a ripartire risiede in due fattori:
1. Voglio evitare i rimpianti: desidero arrivare a un certo punto della mia vita con la certezza di aver dato tutto, anche se non dovessi mai salire su un podio, piuttosto che vivere col dubbio del “se avessi…”.
2. L’esempio per mia figlia: voglio darle delle chiavi di lettura per la vita. Dimostrarle cosa significa credere in qualcosa e fornirle un metro di misura per il futuro. I figli non imparano da ciò che gli dici di fare, ma da ciò che ti vedono fare.
3. Se dovessi convincere una persona che non ha mai fatto una Spartan Race a provarla almeno una volta, cosa le diresti?
Gli direi che non si iscriverebbe a una semplice gara contro altre persone, ma a una prova contro sé stesso. È lo strumento perfetto per misurare non tanto la forza fisica, quanto la volontà che parte dalla mente e dal cuore.
In gara non sarai tu contro gli ostacoli: sarai tu contro il vecchio te stesso, tu contro chi non ha mai creduto in te, tu contro i tuoi “no”, tu contro le statistiche… ma soprattutto, tu contro il rischio di arrivare un giorno troppo tardi e pronunciare quel dannato “se avessi!”.


