Cosa hanno in comune un pastore pakistano della Valle di Bagrot e un pescatore pugliese? Una sola cosa: il rispetto per l’equilibrio, sempre più in bilico, tra uomo e natura. È il messaggio principale, oltre che l’allarme, lanciato dalla mostra Wildlife and Community Bonds – Confini sottili, a cura del fotografo Luca Catalano Gonzaga, realizzata per celebrare i 60 anni del WWF Italia e visitabile alla Sala degli Elefanti del Bioparco di Roma dal 2 al 21 aprile.
Tra grandi pannelli fotografici e un pubblico di appassionati, giornalisti e operatori del settore, mercoledì sera la Sala degli Elefanti ha ospitato l’inaugurazione dell’esposizione. Il progetto – promosso dal WWF Italia insieme alla piattaforma Witness Image e finanziato dalla Fondazione Nando ed Elsa Peretti – propone un viaggio per immagini tra Africa, Asia ed Europa, seguendo un filo comune: il rapporto delicato tra comunità locali e fauna selvatica.
«Dopo anni di immagini di denuncia che mettevano al centro l’uomo – racconta Catalano Gonzaga al WWF – ho sentito il bisogno di cambiare prospettiva. Volevo dare una svolta positiva al mio lavoro, mostrando come la sopravvivenza di uomo e natura possa dipendere da un equilibrio fragile ma reale».
Il percorso della mostra tocca alcuni dei luoghi simbolo della biodiversità mondiale. Tra le immagini più suggestive ci sono quelle scattate nella foresta di Dzanga-Sangha, nella Repubblica Centrafricana, dove il popolo BaAka vive da secoli nello stesso territorio di elefanti e gorilla, custodendo conoscenze tradizionali legate alla foresta. Seimila chilometri più in là, invece, in Pakistan, gli scatti raccontano la convivenza sempre più difficile tra le comunità pastorali del Gilgit-Baltistan e il leopardo delle nevi, spinto verso i villaggi anche dallo scioglimento dei ghiacciai e dalla riduzione delle prede nel suo territorio.
Il viaggio fotografico prosegue poi tra il Bhutan, dove tigri ed elefanti attraversano i corridoi ecologici del Phibsoo Wildlife Sanctuary, e torna in Italia con due storie di conservazione: il progetto per il cervo italico nel Bosco della Mesola e la collaborazione tra pescatori pugliesi e WWF per il recupero delle tartarughe marine catturate accidentalmente nelle reti.
Per il fotografo, però, il vero filo rosso del progetto sono soprattutto le persone incontrate lungo il percorso. «Ciò che colpisce di più è l’accoglienza delle comunità locali. In Pakistan ho vissuto tre giorni in un villaggio ospite di una famiglia che mi ha dato tutto pur avendo pochissimo. Nei luoghi dove c’è meno, spesso c’è più condivisione».
Durante l’inaugurazione, Isabella Pratesi, direttrice del programma di Conservazione del WWF Italia, ha ricordato il senso dell’iniziativa: «La missione del WWF è ritrovare un’armonia fra l’umanità e la natura. In ogni territorio lavoriamo per favorire la convivenza con le specie a rischio: c’è ancora molto da fare, ma il nostro lavoro non si ferma».
La fotografia, sottolinea Gonzaga, non pretende di offrire soluzioni. «Non cambierà il mondo da sola, ma può essere una goccia che lascia un segno per la conoscenza e per ripensare il nostro agire».
E forse è proprio questo il filo invisibile che lega le immagini esposte al Bioparco: lo stesso gesto quotidiano di equilibrio che unisce, a migliaia di chilometri di distanza, un pastore pakistano che veglia sulle sue capre — sua unica fonte di sostentamento — e un pescatore pugliese che restituisce al mare una tartaruga catturata per caso nelle reti.


